Cristian

Benvenuti,questo è il mio blog, qui troverete tutto su Cristian Borghetti.

Adoro leggere: è un impulso incontrollabile che mi spinge ad aprire un libro e perdermi nelle parole, pagina dopo pagina, fantasticando, immaginando.
Ed è leggendo che ho cominciato a fantasticare, immaginare e scrivere, prima le poesie, poi i racconti e i romanzi.

Venite con me allora, su questo blog, tra le pagine che ho scritto e scriverò.

Entrate nei versi evocativi di Ora di vetro, nelle storie di paura e terrore di Tre volte all'inferno, nella ascesa e caduta di un artista ne Le cabinet Masson, nei racconti orrorifici di Phobia, lanciatevi in horror a tutta velocità in Hawthorn bend.

Leggete i miei racconti nelle raccolte Horror Polidori vol. 1 e 2 e il terrificante racconto "La sposa rubata" nel volume Malombre.

Lasciatevi sedurre dalla Praga occulta in Sangue di Lupo.

Cedete alla seduzione stregata di "Corolle mortali" nella raccolta Cuori di tenebra.


Un click sulle copertine ed entrerete nel mio mondo...

venerdì 3 aprile 2015

Il faro di Cristian Borghetti

Albeggia.
Lei dorme ancora, nuda, in tutta la sua bellezza.
La guardo.
Ho incontrato troppe donne, aspetto di buona famiglia che ha sempre tradito l’estrazione sociale: ricche, impostate, programmate dalla nascita…
Non mi hanno mai lasciato niente, dopo il piacere, passata la voglia…
Tutte, ma non lei.
Chi è?
Cosa fa?
È ricca?
È povera?
Non so nulla di lei, lei che, raffinata, impone fascino e personalità senza strafare, senza esagerare.

La guardo.
Ricordo il primo incontro…
I suoi occhi grandi penetravano l’oscurità, fui affascinato dalla sua bellezza.
I capelli lunghi, ribelli, rinserrati ai lati da un paio di cuffie; indossava una maglia nera, taglio asimmetrico, che lasciava scoperta una spalla; un paio di jeans che esaltavano la sua figura.
Camminava sui tacchi con una naturalezza ricercata, studiata: lei era un caos ordinato, un’impeccabile imperfezione, un’attrazione, una seduzione a cui sarebbe stato difficile opporre la benchè minima difesa.
La folla mi circondava festante, la musica era altissima, il ritmo assillante, eppure io ero solo, solo nel silenzio dei suoi occhi che brillavano di luce propria.
Camminava, attraversando la confusione, quando, ad un tratto, cambiò direzione avvicinandosi a me.
Mi sfiorò appena, i suoi occhi sorrisero, il profumo della sua pelle saturò l'aria, le sue labbra assunsero una nuova forma, ancora più...
Pronunciò il suo nome, un sospiro sospeso nell’aria tra la mia bocca e la sua, noi così vicini, così lontani; assaporai la dolcezza di quel momento, già inesorabilmente vinto dall’ignoto nei suoi occhi.
Mi scoprii incapace di dire e fare; ascoltai soltanto il suono vibrante della sua voce.
Poi, uscimmo all’aperto, finalmente soli, sotto la notte e le sue stelle; non sapevamo nulla l’uno dell’altra, ma non aveva importanza.
La guardai e, con coraggio, mi accostai al suo orecchio: «ho tutte le intenzioni di subire il tuo fascino…» le dissi.
Lei si allontanò per un momento, poi si avvicinò di nuovo, pericolosamente, tanto che le sue labbra quasi sfiorarono le mie: «dillo ancora…» disse lei.
«Ho tutte le intenzioni…» ripetei, ma non potei concludere la frase perché il suo respiro invase il mio.
Sussurrò poche parole al mio orecchio teso all'ascolto: «Domani... Ti aspetto… C’è un volo a mezzanotte… Sono sempre stata affascinata dai fari…»

La guardo.
Il faro di Bishop Rock, è una torre bianca e solitaria, un ago che affonda le radici fra gli scogli, avanti la costa della Cornovaglia.
Il mare, sotto di noi, è un impeto che fa ritorno, ad ogni onda che s’infrange, come il piacere che ci ha invaso, ad ogni suo movimento, ad ogni mio affondo.
Chiudo gli occhi, rivivendo tutto...
Lei ed io, due perfetti sconosciuti nella notte; indovinandoci appena nell’oscurità danzante.
Baciai le sue labbra, protetto dalle tenebre azzurre, nel buio di quella notte che mancava della luna.
La sfiorai: la bocca sulla pelle bianca, sul collo teso, sulle spalle scoperte, sul seno eretto, al ventre piatto; e ancora lungo le gambe fino al piede nudo, per poi fare ritorno, attorno a quelle colonne d’avorio, tornite...
Lei fece lo stesso: percorse il mio corpo, i muscoli tesi, mentre il respiro affannava, cedendo ai suoi intenti, vibrando al suo passaggio, come la corda di uno strumento, accarezzata ad arte.
Lasciai che mi conquistasse, centimetro dopo centimetro, senza opporre resistenza.
Fu resa incondizionata: ci unimmo, lo sguardo fisso, occhi negli occhi; dimenticando tutto, l’anno, il posto, l’ora.
Le nostre ombre sulle pareti, insieme a noi, distinte da noi, autonome nonostante ci appartenessero; fummo fuoco nella notte che fa cadere le stelle, gonfiare il mare, evocare il vento, provocare il temporale.

Albeggia.
La guardo.
Un pallido sole accarezza il suo viso, mentre cerco d’indovinare il suo primo gesto appena sveglia; il sonno la culla ancora, mentre sorride ad occhi chiusi.
Non voglio svegliarla; voglio soltanto guardare, in silenzio, la felicità che dorme, l’eternità di cui conosco soltanto il nome.

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